Sul mio percorso

Ci sono tanti modi di essere storici dell’arte, proprio come ce ne sono tanti di essere individui. Essere storici dell’arte non significa soltanto laurearsi in storia dell’arte: è qualcosa di più profondo che tocca l’identità stessa di una persona, la sua natura, il suo modo di vivere e di vedere il mondo. 

Ho avuto la fortuna di formarmi all’istituto d’arte quando ancora esisteva. In quella scuola, i cui limiti erano innegabili, mi hanno però educata visivamente: mi ripetevano che solo un occhio addestrato può saper guardare un’opera d’arte. Mi insegnarono le varie tecniche artistiche sperimentandole, ancor prima che studiandole, mi fecero amare la camera oscura, mi spinsero a restare ore e ore piegata su un foglio da disegno con pazienza, costanza e dedizione. Tutto ciò ha forgiato la mia personalità e mi ha insegnato come ci si avvicina agli artisti e alle loro opere. 

Storici dell’arte ce ne sono tanti e sempre ce ne saranno. Si tratta solo di decidere a un certo punto che tipo di storico dell’arte si voglia essere. I miei punti di riferimento sono sempre stati Aby Warburg e Federico Zeri: modelli di cui non sarò mai all’altezza, ma a cui devo molto. Sono innumerevoli le cose che ho appreso da loro: l’interesse per le discipline trasversali – antropologia e psicologia in primis -, l’apertura mentale che ti porta a prestare attenzione anche a settori di nicchia, l’idea della storia dell’arte come di una disciplina aperta che può continuamente essere arricchita e rimessa in discussione, oltre all’importanza del lavoro sul campo. In genere, nell’immaginario di massa, lo storico dell’arte è una sorta di topo da biblioteca che se ne sta rinchiuso nel suo studio. Ma Warburg andò nel Nuovo Messico e Zeri viaggiava con valigie piene di fotografie di opere d’arte. 

Durante il primo anno della Scuola di Specializzazione in beni storici artistici mi sentivo annoiata per come la storia dell’arte veniva insegnata e non capivo che senso avesse per me essere lì: studiare solo per prendere un diploma non l’ho mai considerata una ragione sufficiente. Avevo bisogno di qualcosa di più e trovai le risposte che cercavo in un ciclo di seminari che l’Università di Bologna aveva dedicato all’Arte Outsider. 

Sebbene fossi contemporaneista, non mi appassionava nemmeno certa arte attuale presente nelle gallerie e nei grandi musei d’arte contemporanea: la trovavo estremamente lontana dai miei interessi. 

Nelle voci che animarono quegli incontri, invece, riconobbi una parte del mio mondo e, senza esserne consapevole, in breve tempo mi trovai assorbita completamente da quei creatori visionari autodidatti che lavorano senza fini commerciali. 

Da quel momento iniziò la mia attività di ricerca, incontro dopo incontro realizzavo sempre di più quanto quello fosse il modo in cui concepivo la storia dell’arte: comunicare con le persone – artisti o familiari -, coltivare i miei rapporti con loro, guadagnarmi la loro fiducia passo dopo passo – mettendo in discussione anche me stessa -. Nelle loro opere vedevo la vera essenza del «fare arte»: anche se autodidatti privi di formazione accademica, c’è molta più sapienza e maestria nelle loro creazioni che in quelle degli artisti ufficiali. Ma soprattutto mi colpiva il loro profondo legame con la storia culturale, locale e non. 

Fu così che trovai il mio modo di «fare storia dell’arte»: lontana dalle gallerie, dal mercato, dagli artisti patinati. Ma lontana anche dal mondo dell’arte terapia e degli atelier artistici, cui solitamente si pensa quando si parla di Arte Outsider. 

A interessarmi soltanto creatori visionari e artisti autodidatti: il mio posto era al loro fianco, lungo il margine, cercando con il mio lavoro di spostare la linea di confine. 

Con il tempo arrivai a trasporre il mio approccio alla storia dell’arte anche al mio ambito professionale: trovai il lavoro più consono a me nella catalogazione dei beni culturali, che mi ha insegnato una volta di più il valore del lavoro sul campo. Anche il catalogatore scende in trincea: svolge sopralluoghi e ricerche d’archivio, sfoglia vecchi quotidiani, produce materiale fotografico, si prodiga per la loro tutela, occupandosi il più delle volte di beni ancora poco studiati. 

In questo modo le mie attività di ricercatrice indipendente e di libera professionista si sono intrecciate, facendo di me la storica dell’arte che desideravo essere. 

Bologna, 02/06/2024

In foto la Casa delle Conchiglie di Cerpelloni (Quinzano-Verona), la Fincas de las piedras encantadas di Roberto Pérez (El Fargue-Granada), il Giardino di Nicola di Cesare (Grosio-Sondrio).