I Barone: Angelo, Alfonso e Giorgio
La Chiesetta di Piedigrotta a Pizzo (Vibo Valentia) è un’opera di devozione popolare attribuibile a tre generazioni di una stessa famiglia di artisti autodidatti: Angelo (1855-1917), Alfonso (1878-1951) e Giorgio Barone (1916-1992). Riconosciuta come bene culturale dal Ministero della Cultura già nel 1954, versa oggi in cattivo stato di conservazione. Ne abbiamo parlato con Carmensissi Malferà, autrice de Le verità di Piedigrotta (Edizioni Hodigitria, 2008), uno studio attento e ben documentato con cui ha liberato la storia di questo luogo da ogni aneddoto.
Parliamo delle origini della chiesetta. Chi ne è stato l’ideatore?
Tutto è nato da Angelo Barone, che in paese era conosciuto come cartolaio e uno dei primi fotografi, ma per “devozione” divenne anche scultore. Angelo proseguì il lavoro iniziato nei secoli precedenti da alcuni scalpellini locali: lì vicino c’era una cava di calcarenite che veniva tagliata a blocchi per usarla nell’edilizia (per es. per costruire le mura della città o i palazzi). Tale cava esisteva già ai tempi dei Romani ed è continuata fino alla fine dell’Ottocento; infatti, sui muri della cava rivolti verso il mare si leggono delle date: le incidevano per ricordarsi di aver già tagliato in quel punto e di doversi spostare. Quando verso la metà del Seicento c’è stato il famoso naufragio, il quadro della Madonna di Piedigrotta – arrivato sulla spiaggia insieme all’equipaggio – venne collocato in un’altra grotta, sita più a nord, dove gli scalpellini erano soliti ripararsi in caso di pioggia. All’epoca, la grotta che oggi accoglie la chiesa, veniva usata per la captazione dell’acqua potabile: aveva l’entrata non verso il mare, bensì nella parte superiore e scendevano attraverso delle scale create ad hoc per prendere l’acqua da bere. Per questo motivo non era stata scelta. Successivamente, altre due mareggiate spostarono il quadro della Madonna portandolo proprio in questa grotta, così gli scalpellini capirono che la Madonna si era scelta altrove la sua casa e cominciarono ad ampliare la grotta designata lavorandoci nei giorni di pioggia, quando non potevano andare alle cave. Ampliarono l’insieme e crearono le navate, disponendole casualmente; Angelo Barone arrivò attorno al 1880, quando allargò ulteriormente la grotta e creò le prime sculture.
Quindi in origine all’interno della grotta c’era l’acqua?
Sì, si parla dei tempi greco-romani, poi la falda interna della chiesetta si è abbassata di quasi due metri. Ora si vede solo un piccolo rivolino d’acqua che finisce nelle vasche battesimali, quasi a rievocare la scena del battesimo di Gesù nel fiume Giordano. Queste vasche erano state pensate da Angelo Barone per incanalare l’acqua e, in questo modo, aveva creato un microclima interno che impediva il degrado delle statue.
Si potrebbe dire che Angelo era non solo scultore, ma anche ingegnere?
Esatto, aveva generato un preciso equilibrio climatico inserendo delle canalette che portavano il flusso dell’acqua all’esterno. Purtroppo, nel 2002 vennero rimosse per installare un nuovo sistema di illuminazione e la situazione è precipitata. Ora di giorno fa caldo e le statue trasudano, mentre di notte si arriva una temperatura bassa, tra i 3 e gli 0 gradi, che porta alla formazione del ghiaccio. In questo modo le statue stanno perdendo i loro lineamenti.
Quali altri interventi sono riconducibili ad Angelo?
Ha cercato di dare alla grotta un aspetto simile a quello di una chiesa, creando l’abside e iniziando i primi due gruppi scultorei: la Natività e la Pesca Miracolosa.
Quanto tempo dedicò Angelo alla sua opera?
Si può dire che si è consumato dentro alla grotta, per onorare la sua Madonna. Ogni momento libero che aveva dall’attività di cartolaio e di fotografo lo passava nella chiesetta e negli ultimi dieci anni pare vi si recasse tutti i giorni. Percorreva i quasi 2 km che distanziavano la grotta dalla sua abitazione e non usciva da lì fino a sera. Quando si ammalò gravemente, la campana della chiesetta cominciò a suonare finché non morì.
Chi ha proseguito l’attività di Angelo dopo la sua morte?
Il figlio Alfonso, fotografo di professione che, su esempio del padre, divenne pittore e scultore autodidatta per servire la Madonna.
Alfonso nell’ampliare il progetto del padre si è ispirato a qualcosa?
Molti particolari fanno pensare che Alfonso si fosse recato alla chiesa di Piedigrotta a Napoli, poiché combaciano: come è infossata la chiesa, come sono stati collocati gli affreschi, la forma delle cornici, la rappresentazione della battaglia di Lepanto… Come poteva conoscere questi particolari senza essere andato a Napoli? Emblematico soprattutto il caso della battaglia di Lepanto: è stata a lungo interpretata erroneamente poiché pare strano trovarla all’interno di una chiesetta rupestre della Calabria, ma è stata messa in memoria della vittoria dovuta proprio alla Madonna di Piedigrotta!
Dopo l’intervento di Alfonso la chiesetta ha vissuto indisturbata per molti anni, finché attorno al 1960 non è stata distrutta da due giovani uomini, giusto?
Sì, due giovani affetti da disturbi mentali si scagliarono contro le sculture mutilandole. Si narra che nell’uscire dalla grotta, dopo l’atto vandalico, si ruppero le gambe.
A chi dobbiamo, quindi, la rinascita della grotta?
Nell’estate del 1967 tornò in paese dagli Stati Uniti, dove era emigrato affermandosi come artista, Giorgio Barone, nipote di Angelo e Alfonso. Vedendo la chiesa ridotta in macerie e venendo supplicato da molti paesani, tra cui mio padre Domenico, decise di prolungare il soggiorno nel paese natio – inizialmente concepito come una vacanza di poche settimane – per ridare vita alla chiesetta. Vi lavorò due anni avvalendosi di piccoli aiutanti privi di alcuna conoscenza tecnico artistica. Il gruppetto di volontari era composto da mio padre Domenico e alcuni suoi amici: lavorarono – sotto le direttive di Giorgio – sulle sculture preesistenti, di cui però non era rimasto nulla, se non i busti.
È possibile conoscere l’aspetto della grotta prima degli interventi degli anni Sessanta?
Oggi è possibile conoscerlo grazie alle fotografie realizzate dal fotoreporter Federico Patellani (1911-1977). Si tratta di un fotoreportage realizzato nel 1952, di cui Giorgio non era a conoscenza. Egli non possedeva alcuna documentazione, pertanto poteva fare affidamento esclusivamente sui suoi ricordi. Confrontando le fotografie d’epoca con l’insieme realizzato da Giorgio ci si stupisce di quanto fosse riuscito a essere fedele pur avendo visto la grotta soltanto una volta in gioventù. Le uniche differenze sostanziali si notano nei volti e in alcune aggiunte.
Credi ci fosse un progetto d’insieme della chiesa ideato da uno dei Barone?
Suppongo di sì, anche se magari non riportato su carta. Alfonso aprì perfino delle finestrelle sui muri portanti dell’interno per consentire di vedere i gruppi scultorei da punti di vista predefiniti. Ed è sicuro che fosse stato Alfonso l’ideatore dell’effetto scenografico, poi mantenuto da Giorgio, poiché queste finestrelle si vedono già nelle fotografie scattate da Patellani nel 1952. Inoltre, sorprende la completezza della chiesa: all’ingresso vi sono le acquasantiere con i leoni; la navata centrale è lavorata sui due lati in modo preciso, da una parte c’è Sant’Antonio di Padova con gli orfanelli, mentre dall’altra si staglia San Francesco. Sulla sinistra non manca il sacerdote raffigurato nell’atto di celebrare la messa, che presenta le sembianze di don Carmine, fratello di Angelo, anch’esso rappresentato in preghiera. Poi tutte le statue dei santi sono scelte in modo molto mirato. Vi sono i santi protettori delle famiglie pizzitane: San Francesco di Paola, patrono della gente di mare; Sant’Antonio, che è passato a Pizzo e gli hanno dedicato un convento; Santa Caterina da Siena, il cui culto è molto sentito; infine San Giorgio Martire era il patrono di Pizzo. Sorprendente scenograficamente è anche il presepe: una Natività di dimensioni umane, ma verso il fondo della grotta le statue diventano sempre più piccole creando senso prospettico. Altrettanto studiate nell’insieme sono le finestre poste a illuminazione della grotta, pensate per fare in modo che Gesù e la Madonna non restassero mai al buio.
I soggetti principali sono religiosi ma, cosa molto strana per una chiesa, vi sono anche Fidel Castro e J.F. Kennedy. Come spieghi la loro presenza?
Sono entrambi riconducibili a Giorgio Barone, come testimonia un’intervista che egli stesso rilasciò nel 1967. Rappresentando le effigi del Presidente americano J.F. Kennedy e di Papa Giovanni XXIII intendeva celebrare la pace raggiunta durante un’importante fase di distensione della Guerra Fredda. Il tema portante dell’intera grotta, scelto da Angelo e perseguito dai suoi successori, è proprio la pace: la chiesa doveva essere la casa di Dio e della Madonna, pronta ad accogliere il pellegrino, cui donare pace e serenità. Contribuiscono a creare questa atmosfera di tranquillità anche il rumore delle onde proveniente dall’esterno e dell’acqua che gocciola all’interno, che invitano alla preghiera. Fidel Castro, invece, è collocato ai margini del gruppo scultoreo celebrante la messa. Il dittatore cubano sta guardando l’ostia consacrata e si appoggia su una stampella: l’augurio dell’artista era che la Madonna riuscisse a farlo ricadere nella religione cattolica, cui era devoto prima della rivoluzione, dando libertà di culto al popolo cubano. Preghiera, questa, esauditasi nel 2000 con l’entrata a Cuba di Papa Giovanni Paolo II.
Inizialmente le sculture erano anche dipinte?
Sì, da alcuni articoli di giornale dell’epoca si evince che Alfonso aveva provato a dipingerle, però l’umidità, l’acqua e la salsedine le avevano sbiadite, creando un’atmosfera fiabesca non gradita all’autore. L’effetto ottenuto lo si vede in un affresco posto dietro il gruppo della Pesca miracolosa e del Presepe: si tratta di un’immagine di Pizzo nel Novecento, da molti interpretata come una sua visione immaginaria della cittadina.
Dopo Giorgio sono intervenute altre persone sulle sculture?
Sfortunatamente sì, altre due persone vi misero le mani danneggiandole. Intervennero con del cemento puro, ancora visibile in alcune sculture, come nel cavallo di San Giorgio, oppure nelle braccia dell’Angelo della Morte. I Barone non usavano solo cemento, le loro sculture sono state realizzate con grande maestria sbriciolando e amalgamando la pietra autoctona con la giusta dose di calce. Il cemento posticcio aggiunto in seguito, invece, era talmente pesante che nel tempo è caduto rovinando le sculture.
Infine, un ruolo molto importante lo hanno svolto anche i primi due custodi. Ci parli di loro?
Si tratta di Gaetano Danubio e Ciccio Generoso. Gaetano era un pensionato che di sua iniziativa andava tutti i giorni ad aprire la chiesa al pubblico, assicurandosi che venisse rispettata, proibendo anche l’ingresso a chi fosse in costume. Ciccio, invece, era un pescatore che viveva nel villaggio di pescatori posto lì vicino e sostituì di sua volontà Gaetano, quando quest’ultimo morì.
Oggi a chi appartiene la chiesa e da chi è gestita?
La Chiesa fino a un certo periodo è stata di proprietà privata, poi venne espropriata dal Comune che l’ha trasformata in un’attrazione turistica con biglietto d’ingresso. Fino a maggio 2025 la gestione era in appalto a una cooperativa, che ha operato in modo discutibile. Attualmente se ne occupa direttamente dal Comune, insieme alla Pro Loco.
Ritieni che la chiesa sia consacrata?
Se ne è discusso a lungo, ma ho trovato una fotografia inequivocabile che credo sia stata scattata proprio da Angelo o Alfonso nel giorno dell’inaugurazione: c’era don Carmine – fratello di Angelo -, con alcuni frati, due preti e un piccolo gruppo di persone.
Qual è il percorso più comodo per raggiungere la chiesetta?
Per permettere di raggiungerla facilmente sarebbe necessario ripristinare l’antica via Piedigrotta: una strada pianeggiante che fino agli anni Ottanta del Novecento permetteva di arrivarci in auto. Oggi bisogna attraversare la spiaggia percorrendola per circa 150 metri, oppure si deve parcheggiare l’auto lungo la statale e salire/scendere quasi 200 gradini.
In conclusione, ci diresti di che tipo d’intervento avrebbe bisogno la chiesa?
Di un restauro conservativo volto a bloccare lo stato di degrado per conservare quanto rimasto. Togliendo quell’equilibrio climatico sapientemente creato da Angelo le statue si stanno sbriciolando. Ai danni causati dall’umidità, si aggiungono quelli comportati dalla linea ferroviaria soprastante che causa continue vibrazioni.
La Iglesia de Piedigrotta en Pizzo (Vibo Valentia) es una obra de devoción popular atribuible a tres generaciones de una misma familia de artistas autodidactas: Angelo (1855-1917), Alfonso (1878-1951) y Giorgio Barone (1916-1992). Reconocido como bien cultural por el Ministerio de Cultura ya en 1954, se encuentra hoy en mal estado de conservación. Hemos hablado con Carmensissi Malferà, autora de Las verdades de Piedigrotta (Ediciones Hodigitria, 2008), un ensayo atento y bien documentado con el que ha liberado la historia de este lugar de las anécdotas.
Hablemos de los orígenes de la iglesia. ¿Quién fue el creador?
Todo comenzó con Angelo Barone, que era conocido como papelero y uno de los primeros fotógrafos, pero por «devoción» se convirtió en escultor. Angelo continuó el trabajo iniciado en los siglos anteriores por algunos albañiles locales: cerca de allí había una cantera de calcarenita que se cortaba en bloques para usarla en la construcción (para construir las murallas de la ciudad o los palacios). Esta cantera ya existía en la época de los Romanos y continuó hasta finales del siglo XIX. De hecho, en las paredes de la cantera orientadas hacia el mar se leen fechas: las grababan para recordar que ya habían cortado en aquel punto. Cuando a mediados del siglo XVII sucedió el famoso naufragio, el cuadro de la Madonna de Piedigrotta – llegado a la playa junto con la tripulación – fue colocado en otra cueva, situada más a norte, donde los albañiles solían refugiarse en caso de lluvia. En aquella época, la cueva que hoy acoge la iglesia, era utilizada para la captación del agua potable: tenía la entrada no hacia el mar, sino en la parte superior y bajaban por una escalera creada ad hoc para tomar el agua potable. Por eso no fue elegida. Posteriormente, otras dos marejadas movieron el cuadro de la Virgen llevándolo precisamente a esa gruta, así que los albañiles entendieron que la Virgen se había escogido su casa en otro lugar y comenzaron a ampliar la gruta designada trabajando en los días de lluvia, cuando no podían ir a las canteras. Ampliaron el conjunto y crearon las naves, colocándolas libremente; Angelo Barone llegó alrededor de 1880, cuando amplió aún más la cueva y creó las primeras esculturas.
Así que originalmente dentro de la cueva había agua, ¿es así?
Sí, se habla de la época de los Griegos y Romanos, luego la falda interna de la iglesia se bajó casi dos metros. Hoy en día solo se ve un chorrito de agua que termina en las pilas bautismales, casi evocando la escena del bautismo de Jesús en el río Jordán. Estas pilas habían sido diseñadas por Angelo Barone para canalizar el agua y, de esta manera, había creado un microclima interno que impedía la degradación de las esculturas.
¿Se puede decir que Angelo era no solo escultor, sino también ingeniero?
Exacto, había generado un preciso equilibrio climático insertando canaletas que llevaban el flujo del agua al exterior. Desafortunadamente, en 2002 fueron removidas para instalar un nuevo sistema de iluminación y la situación se precipitó. Actualmente, durante el día hace calor y las estatuas exudan, mientras que por la noche hace mucho frío, con una temperatura entre 3 y 0 grados, que lleva a la formación de hielo. De esta manera las estatuas están perdiendo sus rasgos.
¿Qué otras intervenciones son atribuibles a Angelo?
Trató de dar a la cueva un aspecto similar al de una iglesia, creando el ábside e iniciando los dos primeros grupos escultóricos: la Natividad y la Pesca Milagrosa.
¿Cuánto tiempo dedicó Angelo a su obra?
Se puede decir que se consumió dentro de la cueva, para honrar a su Madonna. Cada momento libre que tenía de la actividad de papelero y fotógrafo lo pasaba en la iglesia y durante los últimos diez años parece que iba allí todos los días. Recorriá los casi 2 km que separaban la cueva de su casa y no salía hasta el atardecer. Cuando se enfermó gravemente, la campana de la iglesia comenzó a sonar hasta que murió.
¿Quién continuó la actividad de Angelo después de su muerte?
El hijo Alfonso, fotógrafo de profesión que, siguiendo el ejemplo de su padre, se convirtió en pintor y escultor autodidacta para servir a la Virgen.
¿Alfonso se inspiró en algo para ampliar el proyecto de su padre?
Muchos detalles hacen pensar que Alfonso había ido a la Iglesia de Piedigrotta en Nápoles, ya que coinciden: cómo está enterrada la iglesia, cómo se colocaron los frescos, la forma de los marcos, la representación de la batalla de Lepanto… ¿Cómo podía conocer estos detalles sin haber ido a Nápoles? Emblemático sobre todo el caso de la batalla de Lepanto: ha sido interpretada erróneamente por mucho tiempo porque parece extraño encontrarla en una pequeña iglesia rupestre de Calabria, ¡pero se ha puesto en memoria de la victoria debida precisamente a la Virgen de Piedigrotta!
Después de Alfonso, la iglesia vivió sin ser molestada por muchos años, hasta que alrededor de 1960 fue destruida por dos jóvenes, ¿verdad?
Sí, dos jóvenes con problemas mentales se lanzaron contra las esculturas mutilándolas. Se dice que al salir de la cueva, después del acto vandálico, se rompieron las piernas.
¿A quién debemos el renacimiento de la cueva?
En el verano de 1967 regresó a Pizzo desde los USA, donde había emigrado estableciéndose como artista, Giorgio Barone, pariente de Angelo y Alfonso. Viendo la iglesia reducida a escombros y siendo suplicado por muchos aldeanos, entre ellos mi padre Domenico, decidió prolongar su estancia en el pueblo natal – inicialmente concebida como unas vacaciones de pocas semanas – para dar nueva vida a la iglesia. Trabajó allí dos años junto con jóvenes ayudantes que no tenían ningún conocimiento técnico artístico. El pequeño grupo de voluntarios estaba compuesto por mi padre Domenico y algunos de sus amigos: trabajaron – bajo las instrucciones de Giorgio – en las esculturas preexistentes, de las cuales no quedaba nada, excepto los bustos.
¿Es posible conocer el aspecto de la cueva antes de la intervención de los años Sesenta?
Hoy es posible conocerlo gracias a las fotografías realizadas por el fotoperiodista Federico Patellani (1911-1977). Se trata de un reportaje fotográfico realizado en 1952, que Giorgio no conocía. Él no poseía ninguna documentación, por tanto pudo confiar exclusivamente en sus recuerdos. Comparando las fotografías de época con el conjunto realizado por Giorgio, nos sorprendemos de lo fiel que había podido ser a pesar de haber visto la cueva solo una vez en su juventud. Las únicas diferencias sustanciales se notan en los rostros y en algunas adiciones.
¿Crees que había un proyecto general de la iglesia ideado por uno de los Barone?
Supongo que sí, aunque no lo han dibujado. Alfonso abrió unas ventanillas en las paredes interiores para permitir ver las esculturas desde puntos de vista predeterminados. Y es seguro que fue Alfonso quien ideó este efecto escenográfico, luego mantenido por Giorgio, ya que las ventanillas se ven ya en las fotos tomadas por Patellani en 1952. Además, sorprende la perfección de la iglesia: en la entrada hay las pilas de agua bendita con los leones; la nave central está decorada en ambos lados de manera precisa, por un lado está San Antonio de Padua con los huérfanos, mientras que por el otro se destaca San Francisco. A la izquierda no falta el sacerdote representado en el acto de celebrar la misa, que presenta las apariencias de don Carmine, hermano de Angelo, también representado en oración. Luego, los santos son elegidos de manera específica. Hay los protectores de las familias de Pizzo: San Francisco de Paola, patrono de la gente de mar; Sant’Antonio, que fue en Pizzo y le han dedicado un convento; Santa Caterina de Siena, cuyo culto es muy sentido; finalmente San Giorgio Martire era el patrono de la ciudad. Sorprendente escenográficamente es el belén: una Natividad de dimensiones humanas, pero hacia el fondo de la cueva las estatuas se vuelven cada vez más pequeñas creando un sentido de perspectiva. Igualmente estudiadas en su conjunto son las ventanas puestas a iluminación de la cueva, pensadas para que Jesús y la Virgen no se quedaran nunca en la oscuridad.
Los sujetos principales son religiosos pero, cosa muy extraña para una iglesia, también están Fidel Castro y J.F. Kennedy. ¿Cómo explicas su presencia?
Ambos son atribuibles a Giorgio Barone, como testimonia una entrevista que él mismo concedió en 1967. Representando las efigies del Presidente americano J.F. Kennedy y de Papa Giovanni XXIII quería celebrar la paz alcanzada durante una importante fase de distensión de la Guerra Fría. El tema principal de toda la cueva, elegido por Angelo y perseguido por sus sucesores, es precisamente la paz: la iglesia debía ser la casa de Dios y de la Virgen, lista para acoger al peregrino, dándole paz y serenidad. Contribuyen a crear esta atmósfera de tranquilidad también el ruido de las olas que vienen del exterior y del agua que gotea en el interior, que invitan a la oración. Fidel Castro, en cambio, se sitúa al margen del grupo escultórico que està celebrando la misa. El dictador cubano está mirando la hostia consagrada y se apoya sobre una muleta: el deseo del artista era que la Virgen lograra hacerlo recaer en la religión católica, a la cual era devoto antes de la revolución, dando libertad de culto al pueblo cubano. Deseo, esto, que se cumplió en el año 2000 con la entrada a Cuba de Papa Giovanni Paolo II.
Al principio, ¿las esculturas también estaban pintadas?
Sí, de algunos artículos de prensa de época se deduce que Alfonso había intentado pintarlas, pero la humedad, el agua y la sal las habían descolorido, creando una atmósfera atmósfera mágica de cuento de hadas no apreciada por el autor. El efecto obtenido se ve en un fresco situado detrás del grupo de la Pesca milagrosa y del belén: es una imagen de Pizzo en el siglo XX, interpretada por muchos como una visión imaginaria de la ciudad.
Después de Giorgio ¿han intervenido otras personas sobre las esculturas?
Desafortunadamente sí, otras dos personas pusieron sus manos y las dañaron. Intervinieron con cemento puro, todavía visible en algunas esculturas, como en el caballo de San Giorgio, o en los brazos del Ángel de la Muerte. Los Barone no usaron solo cemento, sus esculturas fueron hechas con gran maestría desmenuzando y mezclando la piedra autóctona con una dosis correcta de cal. El cemento añadido más tarde, en cambio, era tan pesado que con el tiempo se cayó arruinando las esculturas.
Por último, un papel muy importante lo han desempeñado también los dos primeros guardianes. ¿Nos hablas de ellos?
Se trata de Gaetano Danubio y Ciccio Generoso. Gaetano estaba jubilado y por iniciativa propia iba todos los días a abrir la iglesia al público, asegurándose de que fuera respetada, prohibiendo también la entrada a quien estuviera en traje de baño. Ciccio, en cambio, era un pescador que vivía en el pueblo de pescadores situado cerca y sustituyó por voluntad propia a Gaetano, cuando este último murió.
¿Hoy en día a quién pertenece la iglesia? y ¿por quien es dirigida?
La iglesia hasta cierto tiempo fue de propiedad privada, luego fue expropiada por el Ayuntamiento que la transformó en una atracción turística con entrada. Hasta mayo de 2025, la gestión se subcontrató a una cooperativa, que trabajó de manera discutible. Actualmente se ocupa de la iglesia directamente el Ayuntamiento, junto con la Pro Loco.
¿Crees que la iglesia está consagrada?
Se ha discutido mucho sobre este asunto, pero he encontrado una foto inequívoca que creo que fue tomada por Angelo o Alfonso el día de la inauguración: estaba don Carmine – hermano de Angelo -, con algunos frailes, dos sacerdotes y un pequeño grupo de personas.
¿Cuál es el camino más cómodo para llegar a la iglesia?
Para poder llegar fácilmente sería necesario restablecer la antigua vía Piedigrotta: una carretera plana que hasta los años Ochenta del siglo XX permitía llegar en coche delante de la iglesa. Hoy en día hay que cruzar la playa recorriendo unos 150 metros, o hay que aparcar el coche a lo largo de la carretera y subir/bajar casi 200 escalones.
En conclusión, ¿qué tipo de intervención necesitaría la iglesia?
De una restauración conservadora destinada a bloquear el degrado y conservar lo que queda. Quitando el equilibrio climático sabiamente creado por Angelo, las estatuas se están desmoronando. A los daños causados por la humedad, se añaden los ocasionados por la línea ferroviaria que se encuentra sobre la cueva y que causa continuas vibraciones.
Foto di Carmensissi Malferà.